Montessori diceva di fare molta attenzione a fornire troppi aiuti ai bambini, il rischio sarebbe stato di renderli “schiavi” di chi li serviva troppo e così da coniare la famosa frase: “Aiutami a fare da solo!”.

Maria Montessori agli inizi degli anni ’20 fu una pedagogista innovativa sul piano dell’intervento educativo, costruendo un metodo adottato in molte scuole del mondo. Oggi a 150 anni dalla sua nascita stiamo respirando un nuovo entusiasmo per questa pedagogista, non solo nell’ambito dell’infanzia ma anche per ciò che riguarda il mondo della demenza. Il programma Montessori nel sostegno della cura delle persone con demenza si è rivelata negli anni una scelta preziosa ed interessante.

Dopo un anno di gravi e grandi cambiamenti, dovuti ad una pandemia che ha distrutto come in una guerra la nostra società e che impone oggi di ricostruire e ricostruirci, la pedagogia montessoriana in un’ottica geragogica sostiene ancora di più chi cura e chi necessita di cura.

Se sono stato educato ad essere autonomo, saprò che potrò farcela da solo perché in un contesto che mi offre molte possibilità e attrae la mia attenzione, ricercherò le risposte che permettono di soddisfare i bisogni che sono specifici di quella determinata persona.

Massima promotrice del modello Montessori in Italia è Anita Avoncelli che con il suo libro uscito nel 2018 “Intuizioni montessoriane per la demenza” e poi nel 2020 con la casa editrice Maggioli “Montessori abbraccia le demenze” incuriosisce ed ispira molti professionisti della cura, proprio per il suo approccio non solo della pedagogia montessoriana ma anche per una visione olistica della persona.

Il modello Montessori infatti è un approccio dinamico, a differenza di ciò che si può pensare, perché cambia in funzione delle diverse necessità della persona e si alimenta della sua curiosità che diviene vera cura.

Gli ambienti, come la ricerca di un’autonomia, grazie alla libertà d’azione che sono i punti chiave dell’approccio montessoriano rappresentano un faro sia nella pedagogia dell’infanzia, sia per ciò che riguarda gli adulti e in particolare per ciò che riguarda le demenze.

L’approccio è così innovativo nella sua semplicità perché porta ad una visione diversa della demenza stessa.

L’ambiente deve essere visto e vissuto come un alleato della persona e del professionista  che viene costruito e alimentato in base alle diverse esigenze che emergono.

Questo è un approccio che permette di mantenere la persona con demenza, agganciata alla vita, guardando alle sue peculiarità in una vera ottica educativa pedagogica fino alla fine della nostra esistenza.

La pedagogia montessoriana applicata al mondo delle demenze, ma non solo, diviene un approccio utile da trasferire a diversi ambienti dalle Residenze sanitarie, agli ospedali, e alle realtà di tipo domiciliare.

Le difficoltà dovute alla demenza, non precludono assolutamente un bisogno fondamentale che è quello di essere indipendenti, rischio purtroppo vissuto in molte mura domestiche, dove il caregiver tratta la persona come malata o un bambino incapace o in molte RSA dove l’ambiente è più simile a quello di un ospedale o una prigione piuttosto che una casa.

Noi dobbiamo comprendere che non dobbiamo distrarre, ma impegnare attraverso il coinvolgimento!!

Per tanto: Quali attività programmare? Come chiedere di effettuare un’attività? Come gestire una situazione di aggressività? Come leggere il “non ho voglia”? Come organizzare il quotidiano? Come sopperire al “non siamo abbastanza in turno”?

A Milano il 7 maggio 2021 si svolgerà un seminario di una giornata con la Dott.ssa Anita Avoncelli, dove condividere questo approccio di cura, di cambiamento e progettazione.

Per maggiori informazioni: www.avoncellianita.it